Franco si piega sulla bara di Lorena e la stringe.
Non c’è più il corpo della figlia da accompagnare a casa, da aspettare sulla porta, da proteggere. Non c’è più una voce a cui rispondere, una telefonata da ricevere, un sorriso da cercare in mezzo alla folla. C’è una bara.
E un padre che la abbraccia. È un’immagine che dovrebbe farci vergognare tutti.
Perché quell’abbraccio racconta una cosa semplicissima e terribile: un genitore non smette di essere genitore nemmeno davanti alla morte. Le braccia continuano a cercare la figlia, anche quando la realtà ha già imposto la sua sentenza più crudele.
Franco prima ha rivolto un appello al Presidente della Repubblica. Ha cercato nelle istituzioni una risposta, una speranza, una giustizia che possa dare un senso almeno alla tragedia che ha colpito la sua famiglia.
Poi è arrivato quell’abbraccio. E in quell’istante tutte le parole sembrano diventare piccole.
Perché la rabbia ha bisogno di una voce, la giustizia ha bisogno di istituzioni, la memoria ha bisogno di parole. Ma il dolore di un padre ha bisogno soltanto delle sue braccia.
Quelle braccia, strette attorno alla bara, sembrano voler fare quello che un genitore ha fatto per tutta la vita: proteggere un figlio.
Solo che questa volta non possono proteggerlo. È questa la parte più insopportabile di quella fotografia.
Un padre dovrebbe essere un porto sicuro. Dovrebbe essere quello che apre la porta quando sua figlia torna a casa, quello che l’aspetta, quello che magari si preoccupa, quello che sa che fuori c’è un mondo difficile ma pensa di poterle dare almeno un posto dove sentirsi al sicuro.
Invece Franco oggi è davanti a una bara.
Il porto è rimasto senza nave. La casa è rimasta senza la sua voce. La famiglia è rimasta con una sedia vuota che nessuno potrà più occupare.
E Lorena non è morta perché la vita ha deciso di essere crudele. Lorena è stata uccisa.
È una differenza enorme. Una differenza che non possiamo annacquare nelle parole.
Il femminicidio non è una fatalità. Non è una disgrazia caduta dal cielo. Non è una pagina inevitabile della cronaca. È il risultato estremo di una violenza che spesso comincia molto prima dell’ultimo gesto: nel controllo, nella paura, nella pretesa di possesso, nella convinzione malata che una donna possa appartenere a qualcuno.
Una donna non appartiene a nessuno. Non appartiene a chi dice di amarla. Non appartiene a chi non accetta un no. Non appartiene a chi considera la sua libertà un affronto.
E allora davvero viene da gridarlo: non se ne può più.
Non possiamo continuare a contare le donne morte come si contano i giorni sul calendario. Non possiamo aspettare la prossima bara per indignarci ancora una volta. Non possiamo trasformare ogni femminicidio in una fotografia, in qualche giorno di titoli, in una processione di parole indignate e poi tornare alla normalità.
Perché quella normalità è malata se ogni tanto costringe un padre ad abbracciare una bara.
La fotografia di Franco dovrebbe restare nella nostra coscienza come resta una crepa su un muro: anche quando smetti di guardarla, sai che è ancora lì.
Dovrebbe ricordarci che dietro ogni numero c’è una persona. Dietro ogni nome c’è una famiglia. Dietro ogni femminicidio c’è una vita che qualcuno non ha più potuto vivere.
E dietro quella bara c’è un padre che avrebbe dovuto abbracciare sua figlia in mille altri momenti della vita.
Non lì. Non così. Mai così.
Perché il giorno in cui una società considera normale vedere un genitore chinarsi su una bara per dare alla propria figlia l’ultimo abbraccio, quella società ha già perso qualcosa.
Ha perso la capacità di proteggere. Ha perso il senso della comunità. Ha perso il valore delle parole “libertà”, “rispetto”, “amore”.
E allora quell’abbraccio non deve essere soltanto l’ultima immagine di Lorena. Deve diventare una domanda rivolta a tutti noi.
Quante altre bare dovremo vedere prima di capire che non basta più dire “mai più”?
Perché “mai più” non può essere una frase pronunciata davanti a una bara.
Deve essere una promessa fatta quando una donna è ancora viva.



















