Quando muore una persona scomoda, diventano tutti suoi amici

Fabio Fanelli
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La morte ha una strana capacità: chiude le porte delle polemiche proprio quando sarebbe ancora necessario tenerle aperte. E davanti a una bara, spesso, anche le differenze più profonde vengono riposte in un cassetto.

Emma Bonino se ne va lasciando alle sue spalle una lunga scia di battaglie, contrasti, vittorie e sconfitte. Una vita politica che non è stata un tappeto rosso steso davanti al consenso, ma una strada spesso percorsa contromano. Ha scelto temi sui quali il Paese si divideva, ha insistito quando sarebbe stato più semplice arretrare, ha trasformato alcune battaglie in chiodi piantati nel muro della politica italiana.

Oggi quel muro sembra improvvisamente pieno di targhe commemorative.

Le parole sono diventate più morbide. Gli avversari ricordano la statura, la coerenza, il coraggio. Chi l’ha combattuta ne riconosce il peso nella storia del Paese. Ed è giusto che sia così. La morte merita rispetto, ma non dovrebbe diventare una gomma capace di cancellare il dissenso.

Perché Bonino non è stata una figura comoda. E forse proprio qui sta il punto.

Abbiamo trasformato la politica in una stanza nella quale tutti cercano la temperatura perfetta. Nessuno deve avere troppo caldo, nessuno troppo freddo. Una parola sbagliata può diventare una crepa, una posizione impopolare un macigno, un’idea controcorrente una porta da chiudere prima possibile.

Bonino, quella porta, spesso la spalancava.

Non è necessario condividere ogni sua battaglia per riconoscere il valore di chi ha scelto di combatterle. Una democrazia senza persone scomode è come una casa senza finestre: ordinata, protetta, ma senza aria.

Il problema, allora, non è soltanto ricordare Emma Bonino. È capire che cosa siamo diventati noi.

Perché mentre celebriamo la sua capacità di andare controcorrente, viviamo in un’epoca nella quale la politica sembra sempre più affidarsi al vento. Si guarda il sondaggio, si misura il consenso, si ascolta il rumore dei social e poi si decide da quale parte girare il timone.

Bonino, invece, apparteneva a una politica nella quale si poteva anche restare soli. E restare soli, qualche volta, non significa avere torto. Significa avere scelto una strada prima che diventasse una strada affollata.

La politica contemporanea, invece, sembra spesso un mercato: le idee vengono esposte sulla bancarella, il consenso è il prezzo, e ciò che non vende viene ritirato dagli scaffali. Il risultato è una classe dirigente sempre più attenta a non perdere clienti e sempre meno disposta a perdere una battaglia.

E allora la domanda più importante che lascia la morte di Bonino non riguarda soltanto ciò che ha fatto lei.

Riguarda quanto spazio siamo ancora disposti a concedere a chi ci contraddice.

Perché siamo bravissimi a definire “coraggioso” qualcuno quando ormai non può più disturbarci. È molto più difficile riconoscere il coraggio mentre lo abbiamo davanti, quando ci costringe a discutere, quando ci mette davanti a uno specchio, quando ci fa perdere la comodità delle nostre certezze.

La memoria rischia così di diventare un salotto elegante nel quale invitiamo tutti, purché nessuno possa più alzare la voce.

Emma Bonino, invece, la voce l’ha alzata. A volte troppo. A volte controvento. A volte dalla parte che non avremmo scelto. Ma l’ha fatto.

Ed è forse questa la lezione più scomoda della sua morte: non abbiamo bisogno di una politica nella quale tutti diventano amici quando cala il sipario. Abbiamo bisogno di una politica nella quale qualcuno abbia ancora il coraggio di restare scomodo mentre le luci sono accese.

Perché una democrazia non vive di applausi dopo lo spettacolo.

Vive del rumore della discussione mentre lo spettacolo è ancora in corso.

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Fabio Fanelli
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