A diciotto anni il futuro non è ancora cominciato davvero.
È una porta socchiusa.
Dietro ci sono strade che non conosci, città che non hai mai visto, persone che non hai ancora incontrato, amori che non sai ancora di poter vivere. Ci sono sogni ancora confusi, desideri che cambiano forma, progetti raccontati agli amici con quella leggerezza di chi pensa di avere tutto il tempo del mondo.
A diciotto anni il tempo sembra infinito. Cristian Leolini aveva 18 anni. E oggi quella porta è rimasta chiusa.
Una vita giovane si è fermata troppo presto, lasciando dietro di sé una domanda che nessuna famiglia dovrebbe mai essere costretta a porsi: perché?
Perché una strada percorsa tante volte può trasformarsi, in pochi istanti, nell’ultima strada.
Perché un viaggio può non avere un ritorno.
Perché un ragazzo che aveva davanti migliaia di giorni si ritrova improvvisamente dentro una fotografia, in un ricordo, in una frase pronunciata al passato.
Ed è forse questo che fa più male quando muore un ragazzo. Non soltanto quello che perdiamo.
Tutto quello che non sapremo mai.
Non sapremo quale sarebbe stato il suo prossimo sogno. Quale città avrebbe visitato. Quale lavoro avrebbe scelto. Chi avrebbe amato. Quante volte avrebbe cambiato idea. Quante volte sarebbe tornato a casa raccontando qualcosa di importante. Quante fotografie avrebbe ancora riempito con il suo sorriso.
Non sapremo chi sarebbe diventato Cristian. Perché a 18 anni non sei ancora una storia compiuta. Sei un libro con quasi tutte le pagine ancora bianche. E una strada non dovrebbe mai avere il potere di chiudere quel libro. Eppure accade.
Accade ancora, sulle strade del Lazio. E ogni volta aggiungiamo un nome alla memoria, mentre una famiglia è costretta a imparare una parola che nessuno dovrebbe conoscere così presto: assenza.
Fuori, intanto, tutto continua. Le auto passano. I motorini attraversano gli incroci. I semafori diventano verdi. La gente torna a casa. La strada continua. Cristian no.
Ed è una delle contraddizioni più crudeli della morte: il mondo non si ferma quando si ferma una vita. Ma per chi resta, da quel momento, niente torna più davvero come prima. Per questo Cristian non può essere soltanto un’altra vittima della strada.
Prima del numero, prima della dinamica, prima della cronaca, c’era un ragazzo. C’erano 18 anni. E dentro quegli 18 anni c’era un futuro intero. Quanta strada avrebbe potuto percorrere Cristian?
La risposta è dolorosamente semplice. Molta. Troppa per finire così presto. E forse è proprio questa la cosa che dovremmo ricordare ogni volta che un ragazzo muore sull’asfalto: non stiamo perdendo soltanto qualcuno che c’era.
Stiamo perdendo qualcuno che avrebbe dovuto esserci ancora per tantissimo tempo.



















