Willy Monteiro Duarte, sei anni dopo: cosa ci ha lasciato quel ragazzo che non si voltò dall’altra parte

Fabio Fanelli
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Willy aveva 21 anni. Un’età in cui la vita dovrebbe ancora sembrare una strada lunga, piena di svolte, di errori da commettere, di persone da incontrare. Invece, nella notte tra il 5 e il 6 settembre 2020, a Colleferro, quella strada si è interrotta.

È difficile scrivere di Willy senza sentire che le parole arrivano sempre dopo. Dopo la violenza. Dopo il dolore. Dopo quella domanda che nessuna ricostruzione potrà mai cancellare: perché?

Eppure, a sei anni dalla sua morte, ricordarlo non può significare soltanto tornare a quella notte. Deve significare anche guardare ciò che Willy ci ha lasciato. Perché una vita non si esaurisce nel modo in cui finisce. Continua, almeno in parte, nel modo in cui gli altri scelgono di ricordarla.

Willy ci ha lasciato un’immagine che il tempo non ha consumato: quella di un ragazzo che, davanti a un amico in difficoltà, non si voltò dall’altra parte. Non sappiamo quanto abbia pensato, quanto abbia avuto paura, quanto sia durato quel momento. Sappiamo che scelse di intervenire. E quella scelta, oggi, ci interroga più di qualsiasi discorso.

Perché il coraggio non è sempre una voce alta. A volte è un passo avanti. A volte è una mano che cerca un’altra mano. A volte è il rifiuto di lasciare che qualcuno venga travolto mentre noi restiamo al sicuro.

Willy ci ha ricordato che la forza non è quella di chi riesce a fare più male. È quella di chi sa fermarsi. Di chi sa proteggere. Di chi non ha bisogno di umiliare un altro essere umano per sentirsi grande.

E forse è proprio qui che la sua storia diventa una lezione per tutti. Perché la violenza non comincia soltanto quando arriva un pugno. Comincia molto prima, quando il rispetto viene considerato una debolezza, quando la prepotenza diventa uno spettacolo, quando il dolore degli altri smette di riguardarci.

Il film 40 secondi ha riportato quella vicenda sul grande schermo. Ma Willy non può essere soltanto il protagonista di una storia da raccontare. Prima di essere un nome diventato simbolo, era un ragazzo. Aveva una famiglia, amici, sogni, una vita che avrebbe dovuto continuare. E questo è forse il pensiero più difficile da sostenere: non soltanto ciò che è accaduto, ma tutto ciò che non accadrà mai più.

Sei anni dopo, il suo nome torna a essere pronunciato. E ogni volta dovrebbe portarci un po’ più lontano dalla rassegnazione.

Dovrebbe ricordarci che un ragazzo non deve essere educato a dominare, ma a rispettare. Che un amico non è qualcuno da difendere soltanto quando tutto è già finito, ma qualcuno da non lasciare solo quando le cose cominciano a mettersi male. Che una comunità non è davvero forte quando fa paura, ma quando sa prendersi cura.

Willy ci ha lasciato anche un vuoto. E i vuoti, quando sono grandi, non si riempiono con le parole. Si attraversano. Si imparano a portare. Si trasformano, quando possibile, in responsabilità.

La sua memoria dovrebbe essere questo: una luce accesa davanti alla nostra indifferenza. Un semaforo che ci impone di fermarci prima della prepotenza. Una porta che non rimane chiusa quando qualcuno chiede aiuto.

Non possiamo restituire a Willy gli anni che avrebbe dovuto vivere. Non possiamo cambiare quella notte. Possiamo però scegliere di non lasciare che il suo nome diventi soltanto una ricorrenza.

Possiamo farlo vivere nelle nostre scelte, nel modo in cui parliamo ai ragazzi, nel modo in cui reagiamo alla violenza, nel modo in cui insegniamo che nessuno è meno degno di rispetto.

Perché sei anni dopo, Willy non è soltanto il ricordo di una tragedia. È ancora una domanda. Una domanda che non riguarda soltanto chi c’era quella notte, ma tutti noi.

Quando vedremo qualcuno in difficoltà, quando la prepotenza ci passerà accanto, quando sarà più facile restare fermi: avremo il coraggio di fare quel passo avanti?

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