Nel processo d’appello bis per l’omicidio della studentessa di Arce, il luogotenente Rosario Casamassima ha illustrato gli esiti degli accertamenti sui materiali trovati sul nastro adesivo che avvolgeva la testa della ragazza. Accusa e difesa restano su posizioni contrapposte. Prossima udienza il 18 novembre.
Delitto di Serena Mollicone, appello bis: i reperti scientifici rafforzano la pista della caserma. Sarebbero proprio i nuovi elementi tecnico-scientifici al centro del processo d’appello bis per l’omicidio della studentessa di Arce. Nel corso dell’udienza, il luogotenente Rosario Casamassima, illustrando gli esiti degli accertamenti svolti sui reperti, ha riferito che le analisi supporterebbero l’ipotesi secondo cui la testa della giovane sarebbe entrata in contatto con la porta dell’alloggio della caserma dei carabinieri di Arce.
Tra gli elementi esaminati figurano 25 frammenti di materiale rinvenuti sul nastro adesivo che avvolgeva la testa di Serena, oltre a tracce di capelli, resina e colla. Reperti che, secondo la ricostruzione illustrata in aula, presenterebbero caratteristiche compatibili con i materiali riconducibili alla porta e agli ambienti della caserma.
Un quadro che, secondo l’impostazione accusatoria, contribuirebbe a rafforzare l’ipotesi che Serena sia entrata in caserma il primo giugno 2001 e che da lì non sia più uscita viva.
Al centro del confronto processuale resta proprio la porta dell’alloggio. L’accusa sostiene che la ragazza avrebbe urtato violentemente contro l’infisso durante una lite, riportando il trauma che le avrebbe fatto perdere conoscenza. La difesa dei Mottola contesta invece questa ricostruzione e continua a sostenere che Serena non abbia mai impattato contro quella porta.
Nel corso della deposizione è stata affrontata anche la questione dei segni presenti sulla porta, che l’ex maresciallo avrebbe ricondotto a un pugno sferrato di piatto durante una discussione con il figlio Marco. Il teste ha inoltre escluso la possibilità di una contaminazione dei reperti, sottolineando la collocazione dei frammenti e degli altri materiali individuati nel corso degli accertamenti. Tra questi anche un residuo di vernice riconducibile alla caldaia dell’alloggio.
Per i legali della famiglia Mollicone, gli avvocati Antonio Iafrate e Federica Nardoni, quanto emerso in aula rappresenterebbe un ulteriore elemento a sostegno dell’ipotesi accusatoria: «Anche la vernice della caldaia ritrovata conferma che Serena è sicuramente stata lì», hanno osservato.
Di tutt’altro avviso la difesa dei Mottola, che considera le conclusioni del consulente dell’accusa un tentativo di adattare gli elementi raccolti a una ricostruzione già precostituita, anziché lasciare che siano i fatti a guidare la ricostruzione. «Si è assistito all’ennesimo tentativo di adattare i fatti alla teoria e non la teoria ai fatti. Serena non avrebbe impattato sulla porta», è la posizione espressa dalla difesa.
Sulla stessa linea il criminologo Carmelo Lavorino, portavoce dei consulenti difensivi, che ha contestato le conclusioni dell’esperto dell’accusa, ritenendole fondate su presupposti e criteri non condivisibili. La difesa dei Mottola ribadisce inoltre che gli imputati sono stati assolti nei precedenti giudizi.
Marco Mottola è imputato insieme alla madre Annamaria e al padre Franco, ex comandante della caserma di Arce. Il procedimento è ora nuovamente davanti alla Corte d’assise d’appello, dopo l’annullamento disposto dalla Cassazione.
La vicenda giudiziaria riguarda la morte della diciottenne, il cui corpo fu ritrovato nel boschetto di Fontecupa, ad Anitrella, dopo essere stata uccisa e abbandonata in un luogo isolato.
Il processo tornerà in aula il prossimo 18 novembre. È prevista la deposizione della botanica Elena Pilli, che si è occupata delle analisi delle tracce di legno rinvenute sul nastro adesivo utilizzato per avvolgere la testa della ragazza e sui capelli. Un ulteriore passaggio tecnico-scientifico che potrebbe contribuire a chiarire la provenienza dei materiali e la dinamica dei fatti.










