Sono parole che non hanno bisogno di essere spiegate. Quelle pronunciate dai genitori di Gabriele Martini raccontano il dolore di una famiglia che, dopo la morte del figlio, aspetta ancora risposte e giustizia.
“Nessuno ci ha chiesto neanche scusa”.
È forse la frase che più di tutte resta addosso dopo l’intervista di Stefano e Ardita al TG3. Non c’è rabbia urlata. C’è qualcosa di ancora più pesante: il dolore di chi si è ritrovato improvvisamente senza un figlio e sente di non aver ricevuto nemmeno quelle parole che, davanti a una tragedia, sembrerebbero il minimo gesto umano.
Gabriele aveva 17 anni. Quella sera aveva mandato un messaggio ai suoi genitori: “Sto tornando a casa”.
Una frase normale, una di quelle che un ragazzo pronuncia senza sapere che potrebbe essere l’ultima. Per una madre e un padre, invece, quelle quattro parole sono diventate una fotografia dell’ultimo momento in cui Gabriele era ancora dentro la loro quotidianità.
Poi il buio. E una famiglia costretta a imparare a vivere con un’assenza impossibile da accettare. “Come faremo a vivere senza vederlo più?”, raccontano i genitori. E il papà, Stefano, dice di sentirsi debole perché Gabriele gli dava tanta forza. Ricorda di averlo visto, di averlo baciato e abbracciato: “Sono qui Gabri”.
Oggi, però, quella famiglia non chiede vendetta. Chiede giustizia.
La vicenda giudiziaria è ancora in corso e saranno gli accertamenti della magistratura a stabilire responsabilità e dinamica dei fatti. Ma nel frattempo restano le parole di due genitori che aspettano.
Aspettano che venga fatta chiarezza. Aspettano che la giustizia faccia il suo percorso. E aspettano forse anche quelle parole che, come raccontano loro stessi, non sono mai arrivate: “scusa”.
Il 24 settembre gli amici di Gabriele hanno voluto ricordarlo nel giorno del suo compleanno con un minuto di rumore. Perché Gabriele non è soltanto una pagina di cronaca. È un figlio che manca. Un amico che manca. Un ragazzo di 17 anni che aveva ancora tutta la vita davanti.
E oggi, più delle ricostruzioni, rimane la voce dei suoi genitori. Una voce fragile, ma lucidissima.
“Nessuno ci ha chiesto neanche scusa”. Dall’altra parte, una famiglia continua ad aspettare.
Aspetta la giustizia. E aspetta di poter tornare, un giorno, a respirare senza sentire tutto quel silenzio.












