Napoli – Il padre aggredito e il silenzio di chi non chiede scusa, una sconfitta educativa

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Ci sono episodi di cronaca che toccando profondamente e non possono essere liquidati con un commento indignato, una condivisione sui social o la solita frase: “Non ci sono più i giovani di una volta”. Ci sono fatti che ci costringono a fermarci e a porci domande scomode, perché raccontano qualcosa che va oltre la singola aggressione. Quello accaduto al Vomero, a Napoli, è uno di questi.

Un padre interviene dopo che le figlie sono state coinvolte in una lite e finisce vittima di una brutale aggressione. Viene colpito da dieci ragazzini e, durante la concitazione, un mezzo della raccolta dei rifiuti lo investe, provocandogli gravi lesioni. Una vicenda che avrebbe potuto avere conseguenze ancora più drammatiche. Ma c’è un particolare che, accanto alla violenza dell’aggressione, dovrebbe farci riflettere. Nessuno dei ragazzi coinvolti, né le loro famiglie, come evidenziato dai protagonisti di questa brutta storia, si è fatto avanti per chiedere scusa. Certo le scuse non cancellano un’aggressione, non fanno dimenticare il dolore subito, non eliminano la paura e non sostituiscono la giustizia. Eppure hanno un valore enorme, perché rappresentano il primo passo per riconoscere di aver sbagliato. Chiedere scusa significa ammettere che dall’altra parte c’è una persona, con una famiglia, degli affetti e una dignità che nessuno ha il diritto di calpestare. Significa comprendere che le proprie azioni producono conseguenze reali.

Ci si chiede ancora più intensamente che cosa stiamo insegnando ai nostri figli se, davanti a una violenza tanto grave, non arriva nemmeno un segnale di pentimento?Non si tratta di condannare un’intera generazione, sarebbe ingiusto e semplicistico. Tuttavia sarebbe altrettanto sbagliato minimizzare, liquidando tutto come una bravata o un errore di gioventù. Ci sono comportamenti che devono essere fermati prima che degenerino in episodi dalle conseguenze irreparabili. La minore età non può diventare, nella percezione dei ragazzi, la convinzione di poter fare qualsiasi cosa senza dover rispondere delle proprie azioni. Naturalmente, la legge distingue le diverse fasce d’età e stabilisce quando un minorenne possa essere ritenuto penalmente responsabile. Non è corretto invocare pene indiscriminate né ignorare le garanzie previste per i minori. Ma proprio perché la funzione educativa è fondamentale, dobbiamo chiederci se non sia necessario rafforzare gli strumenti di responsabilizzazione, anche per quei comportamenti che, pur non comportando una responsabilità penale, possono rappresentare segnali preoccupanti.

Penso, per esempio, a percorsi educativi concreti, attività riparative, incontri con professionisti e iniziative di utilità sociale adeguate all’età. E penso anche a una proposta che può far discutere: prevedere, nei casi appropriati e con tutte le garanzie necessarie, forme di scuse pubbliche o di riconoscimento del danno provocato. Non una gogna, non un’esposizione al pubblico ludibrio, non la pubblicazione dei nomi o dei volti dei minorenni. La finalità dovrebbe essere esattamente opposta, insegnare che chi sbaglia deve assumersi una responsabilità e che il rispetto non è una parola vuota. Una forma di riparazione simbolica, proporzionata al comportamento e rispettosa della dignità di tutti, potrebbe essere valutata nell’ambito di percorsi educativi strutturati. Anche un gesto semplice, se autentico e accompagnato dalla consapevolezza del male causato, può rappresentare un punto di partenza. Perché se un ragazzo impara soltanto che, essendo troppo giovane, non può essere punito penalmente, ma non comprende la gravità di ciò che ha fatto, abbiamo perso un’occasione educativa. E rischiamo di ritrovarci domani a discutere di un episodio ancora più grave.

C’è poi il ruolo delle famiglie. Non è giusto attribuire automaticamente ai genitori le responsabilità dei figli, ma è legittimo aspettarsi che gli adulti intervengano, educhino e collaborino quando un comportamento supera ogni limite. Difendere un figlio non significa giustificare tutto ciò che fa. A volte, il gesto più difficile e più importante di un genitore è riconoscere che il proprio figlio ha sbagliato e aiutarlo ad assumersene le conseguenze. Educare non significa soltanto proteggere. Significa anche porre limiti, insegnare il rispetto e far comprendere che la libertà personale termina dove comincia la dignità dell’altro. Non basta invocare più controlli dopo un episodio grave, così come non basta parlare di disagio giovanile per spiegare o giustificare qualsiasi comportamento. Servono prevenzione, presenza delle istituzioni, regole chiare e risposte proporzionate. Ma serve soprattutto una cultura della responsabilità che cominci in famiglia e prosegua nella scuola e nella società.

E poi c’è il silenzio di chi assiste. Tra esporsi a un rischio e voltarsi dall’altra parte esistono altre possibilità, come per esempio chiedere aiuto, chiamare le forze dell’ordine, soccorrere chi è in difficoltà, testimoniare ciò che si è visto. L’indifferenza non è una soluzione. Non spetta a noi anticipare le conclusioni delle indagini o attribuire responsabilità individuali prima degli accertamenti. Ma possiamo e dobbiamo riflettere sul significato di ciò che è accaduto e sulla necessità di impedire che la violenza diventi un comportamento tollerato. La risposta non può essere la vendetta, né una condanna indiscriminata dei giovani. Deve essere una richiesta ferma di legalità, responsabilità e rispetto.

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