Edoardo, il dolore non basta: una comunità si misura da ciò che cambia

Fabio Fanelli
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Una madre chiede perdono a suo figlio. Lo fa nel momento in cui dovrebbe essere il mondo a chiederle scusa per il dolore che sta attraversando, per il futuro che non potrà vedere, per tutte le parole che avrebbe ancora voluto dirgli.

Le parole della mamma di Edoardo Petrella, pronunciate durante l’ultimo saluto, sono una ferita che non abbiamo il diritto di interpretare. «Se non abbiamo saputo comprendere tutto ciò che portavi dentro». Non sono un’accusa da rivolgere a qualcuno, né una spiegazione di ciò che è accaduto. Sono parole intime, pronunciate da una madre nel momento più devastante della propria vita. Proprio per questo meritano rispetto. E proprio per questo non possono essere liquidate con la commozione di un giorno.

C’è una domanda che resta, fuori dalla chiesa, lontano dagli abbracci e dalle lacrime: che cosa siamo disposti a cambiare, come comunità, dopo aver salutato Edoardo?

Perché il rischio più grande è che il dolore diventi un rito. Ci si stringe, si pronunciano parole importanti, si promette di non dimenticare. Poi le giornate riprendono il loro corso e tutto torna al proprio posto. Anche le distrazioni, le superficialità, le occasioni mancate per accorgersi di chi ci sta accanto.

Non conosciamo fino in fondo la storia di Edoardo. Non sappiamo quali pensieri abbia attraversato, quali difficoltà abbia vissuto, né possiamo stabilire che cosa avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi. Sarebbe irresponsabile inventare risposte. Ma non serve conoscere ogni dettaglio di una vicenda per riconoscere una responsabilità collettiva: costruire una società nella quale i ragazzi possano mostrare la propria fragilità senza sentirsi meno degni, meno forti, meno amati.

Ai giovani chiediamo di essere pronti a tutto. Di scegliere, riuscire, competere, progettare il futuro. Li abituiamo a misurarsi con risultati e aspettative, ma non sempre insegniamo loro che si può fallire senza perdere valore, che si può stare male senza doversi giustificare, che chiedere aiuto non è una resa.

Il problema non è che gli adulti non sappiano sempre comprendere. Nessuno può conoscere interamente il mondo interiore di un’altra persona. Il problema comincia quando smettiamo di fare domande, quando liquidiamo una difficoltà con una frase di circostanza, quando confondiamo il silenzio con il benessere e pensiamo che il tempo, da solo, sistemerà tutto.

Ascoltare non significa indovinare ciò che l’altro non dice. Significa creare le condizioni perché possa dirlo, se e quando sarà pronto. Significa non minimizzare, non giudicare, non voltarsi dall’altra parte. E significa anche riconoscere quando la vicinanza non basta e occorre accompagnare una persona verso un aiuto competente.

Questa responsabilità riguarda le famiglie, ma non soltanto loro. Riguarda la scuola, che deve poter contare su strumenti adeguati; le istituzioni, chiamate a rendere accessibili i servizi; le associazioni e il mondo dello sport, che possono offrire relazioni e punti di riferimento. Riguarda una comunità intera, se vuole essere qualcosa di più di una somma di persone che condividono lo stesso territorio.

Non si può pretendere che una madre veda ogni cosa. Non si può chiedere a un insegnante di avere sempre la risposta giusta. Non si può promettere che una rete di sostegno impedirà ogni tragedia. Si può, però, pretendere che l’ascolto non sia lasciato al caso, che la prevenzione non venga ricordata soltanto nelle emergenze e che chi chiede aiuto trovi porte aperte, non ostacoli.

È qui che il ricordo deve diventare responsabilità. Non in una promessa impossibile, non nella ricerca frettolosa di un colpevole, ma nella decisione di investire tempo, risorse e attenzione nella vita quotidiana dei ragazzi.

La prova arriverà quando le telecamere non ci saranno più, quando le commemorazioni saranno finite e il nome di Edoardo non occuperà più le conversazioni di ogni giorno. Arriverà nelle nostre case, nelle classi, nei campi sportivi, nelle amicizie. Nel momento in cui qualcuno dirà di non stare bene e noi dovremo decidere se ascoltare davvero oppure limitarci a rispondere che passerà.

La speranza non è credere che nulla di simile possa accadere ancora. È rifiutare l’idea che non ci sia nulla da fare. È costruire legami più solidi, rendere possibile chiedere aiuto, insegnare ai ragazzi che la fragilità non cancella il loro valore. È esserci anche quando non abbiamo una soluzione da offrire.

Le parole della mamma di Edoardo non ci autorizzano a giudicare il passato. Ci chiedono, semmai, di guardare con maggiore attenzione il presente.

Una comunità non si misura soltanto da quanto piange i suoi ragazzi, ma da quanto è disposta a fare perché ciascuno di loro possa sentirsi ascoltato mentre è ancora qui.

Il dolore di una famiglia non può diventare una lezione imposta. Può però diventare, per tutti noi, una responsabilità che non si esaurisce con l’ultimo saluto.

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