Dopo la morte di Pierluca ed Eugenio, un pensiero ai ragazzi rimasti. A quelli che abbiamo visto piangere, abbracciarsi e camminare insieme nel silenzio. A loro, oggi, vogliamo dire una cosa semplice: proteggete la vostra vita. Perché abbiamo bisogno di voi.
C’è un editoriale che oggi non voglio scrivere per raccontare chi non c’è più. Voglio scriverlo per chi è rimasto. Ai giovani di Gaeta.
A quei ragazzi che in questi giorni abbiamo visto con gli occhi pieni di lacrime e il cuore troppo pesante per la loro età. A quelli che hanno accompagnato Pierluca ed Eugenio nel loro ultimo viaggio. A quelli che si sono cercati, abbracciati, stretti forte, quasi a voler costruire con le proprie mani una barriera contro un dolore troppo grande.
Vi abbiamo visti. Vi abbiamo visti camminare insieme, come si cammina quando le parole non bastano più. Vi abbiamo visti smarriti, ma uniti. In silenzio, ma capaci di dire tutto con un abbraccio. E forse è proprio da qui che bisogna ripartire. Non dalla morte, ma dalla vita.
Non soltanto dal vuoto lasciato da Pierluca ed Eugenio, ma da ciò che quel vuoto deve insegnare a chi continua il cammino.
Perché la vita, alla vostra età, sembra spesso una strada senza fine. Un rettilineo davanti agli occhi, con il domani che appare lontano e il tempo che sembra non dover finire mai. Si corre. Si accelera. Si pensa che ci sarà sempre un’altra sera, un’altra occasione, un’altra telefonata.
Poi, improvvisamente, quella strada si restringe. E ti accorgi che il tempo non è infinito. Che basta un attimo perché tutto cambi. Che la vita è un dono fragile, prezioso come un bicchiere di cristallo: bellissimo da guardare, ma da tenere con cura tra le mani.
Pierluca ed Eugenio vi hanno lasciato un dolore enorme. Un dolore che nessuno dovrebbe conoscere così presto.
Ma dentro quel dolore c’è anche una domanda. Una domanda che oggi riguarda tutti voi: che cosa farete del tempo che avete?
Non sprecatelo. Non sprecatelo pensando che essere prudenti significhi avere paura. La prudenza non è una catena che impedisce di vivere. È una mano sulla spalla prima di attraversare una strada. È un amico che ti dice “aspetta”. È quella luce accesa quando fuori è buio e devi trovare la strada di casa.
Proteggetevi. Proteggete quell’amico che vedete più silenzioso del solito. Bussate alla porta di chi si è chiuso troppo a lungo nella propria stanza. Chiamate chi non risponde. Cercate chi si allontana.
E soprattutto, non lasciatevi soli.
Perché in questi giorni avete dato una lezione anche a noi adulti. In un tempo in cui troppo spesso vi raccontiamo come ragazzi distratti, chiusi negli schermi, lontani dal mondo, voi avete riempito le strade di Gaeta con qualcosa che nessuna tecnologia potrà mai sostituire: la presenza.
C’eravate. Uno accanto all’altro. Come una piazza che, improvvisamente, diventa casa. Quella comunità che avete costruito attorno a Pierluca ed Eugenio non deve però finire quando finiscono i giorni del lutto. Non deve sciogliersi come una folla che si disperde dopo una cerimonia.
Dovete restare comunità. Nella vita vera. Quella fatta di scuole, bar, piazze, motorini, famiglie, sogni e paure. Quella che ricomincia ogni mattina, anche quando il cuore avrebbe voglia di restare fermo.
Abbracciatevi ancora. Ma fate qualcosa di più: custoditevi. Controllatevi la vita a vicenda.
Perché a volte un ragazzo non ha bisogno di grandi discorsi. Ha bisogno di qualcuno che si sieda accanto a lui e dica semplicemente: “Io ci sono. Ti vedo.”
Ecco, vedetevi. Non aspettate che sia il dolore a costringervi a farlo. Pierluca ed Eugenio non possono più chiamarvi per sapere se siete tornati a casa. Non possono più dirvi di fare attenzione. Non possono più sedersi accanto a voi.
E allora fatelo voi. Anche per loro. Vivete. Vivete davvero. Ridete senza sentirvi in colpa. Amate. Viaggiate. Sognate. Sbagliate e ricominciate. Ma non correte incontro alla vita come se foste immortali. La vita non è una gara a chi arriva prima. È un viaggio in cui, qualche volta, bisogna rallentare. Guardarsi intorno. Aspettare chi è rimasto indietro. Prendere per mano qualcuno prima che si perda.
E oggi, ai giovani di Gaeta, vorrei dire soprattutto questo: abbiamo bisogno di voi. Abbiamo bisogno delle vostre risate nelle piazze. Del rumore dei vostri sogni. Delle vostre discussioni inutili. Delle vostre speranze enormi. Abbiamo bisogno che torniate a riempire le strade, i bar, le spiagge, la città. Abbiamo bisogno che diventiate grandi.
Pierluca ed Eugenio resteranno nei vostri cuori. Nei vostri ricordi, nelle vostre fotografie, nelle parole che continuerete a pronunciare quando parlerete di loro. Ma voi restate nella vita. E quando vi sentirete smarriti, fate quello che avete fatto in questi giorni.
Cercatevi. Perché il dolore può dividere, oppure può insegnare che una mano stretta al momento giusto può diventare una casa. E forse è proprio questa la lezione più grande che avete ricevuto e che, senza volerlo, avete consegnato anche a noi.
Non lasciatevi soli, ragazzi di Gaeta. Non dopo aver scoperto quanto è fragile la vita. Non dopo aver capito quanto è importante un abbraccio. Non dopo averci ricordato, con il vostro dolore e la vostra presenza, che alla fine nessuno si salva davvero da solo.
Proteggete la vostra vita. Custodite quella degli altri. Perché abbiamo bisogno di voi.
















