A 19 anni il futuro non dovrebbe avere un punto finale

Fabio Fanelli
5 MIn Lettura

Diciannove anni sono l’età in cui il futuro comincia ad avere un volto.

Si fanno progetti, si immaginano strade, si prendono decisioni che sembrano enormi e altre che, con il tempo, si riveleranno soltanto piccole deviazioni. A 19 anni non si pensa alla fine. Si pensa a tutto quello che deve ancora cominciare.

Per questo la morte di Pierluca Pascali lascia qualcosa di più profondo del dolore che inevitabilmente accompagna una tragedia.

Lascia una domanda. Una domanda che riguarda Gaeta, ma che riguarda ogni comunità: quanto vale davvero la vita dei nostri ragazzi quando escono di casa?

Non è necessario aggiungere un’altra ricostruzione a quelle che sono già state raccontate. Le dinamiche dell’incidente saranno accertate dagli investigatori e dagli organi competenti. Le responsabilità, se ci saranno, dovranno essere stabilite nelle sedi opportune.

Ma un giornale può e deve occuparsi anche di ciò che viene dopo. Perché dopo una tragedia arrivano i fiori, i messaggi, le fotografie, il dolore degli amici, il silenzio delle istituzioni. Arrivano le parole: “non doveva succedere”, “è assurdo”, “non si può morire così giovani”.

Poi, però, arriva il lunedì. E il lunedì la strada è ancora lì. Le auto tornano a passare, i ragazzi tornano a salire sugli scooter, le famiglie tornano a raccomandare ai propri figli di fare attenzione. La vita riprende il suo ritmo, quasi sempre troppo velocemente rispetto al tempo necessario per elaborare una perdita.

È proprio in quel momento che una comunità dovrebbe chiedersi se il dolore può diventare qualcosa di concreto.

Perché ricordare Pierluca significa anche non permettere che la sua storia venga archiviata insieme alle tante altre tragedie della strada.

Non significa cercare un colpevole prima che lo facciano gli investigatori. Significa pretendere che ogni elemento venga verificato, che le condizioni delle strade siano continuamente valutate, che la sicurezza non venga considerata un tema da affrontare soltanto quando qualcuno non torna più a casa.

La sicurezza stradale non è una campagna pubblicitaria. Non è uno slogan. Non è una fotografia istituzionale scattata dopo una tragedia.

È manutenzione, controlli, educazione, infrastrutture, rispetto delle regole. È responsabilità individuale, ma anche responsabilità collettiva. È la somma di tante decisioni apparentemente piccole che, insieme, possono fare la differenza tra un ritorno a casa e una telefonata che nessuna famiglia vorrebbe mai ricevere.

Pierluca aveva 19 anni. Dietro quel numero c’erano un volto, una famiglia, amicizie, anni di scuola, lo sport, sogni ancora senza una forma precisa. C’era una vita che non aveva ancora avuto il tempo di diventare ciò che avrebbe potuto essere.

Ed è forse questo l’aspetto più difficile da accettare. Non soltanto ciò che è stato perso, ma tutto ciò che non potrà più accadere. Una laurea che non arriverà. Un lavoro che non inizierà. Un viaggio che non verrà raccontato. Un amore che non nascerà. Una partita che non verrà giocata. Un Natale, un compleanno, una telefonata, una serata con gli amici.

Il futuro, a 19 anni, è fatto soprattutto di cose che ancora non conosciamo. E quando quel futuro viene cancellato, il vuoto non riguarda soltanto una famiglia. Riguarda tutti noi.

Per questo il ricordo di Pierluca non dovrebbe fermarsi al cordoglio. Il cordoglio è necessario, ma non basta. Una comunità è davvero tale quando sa trasformare il proprio dolore in consapevolezza e la propria consapevolezza in responsabilità.

Altrimenti ogni tragedia rischia di diventare soltanto una fotografia destinata a scolorire.

E Pierluca merita qualcosa di più.

Merita che il suo nome continui a ricordarci una cosa semplice, quasi banale, e proprio per questo troppo spesso dimenticata: quando un ragazzo di 19 anni esce di casa, l’unico finale che tutti dovremmo aspettarci è che torni.

Condividi questo articolo
Nessun commento