Intervista di Valentina Tamburi
Originaria di Sesto Campano, in provincia di Isernia, e attualmente residente in Germania, Ida Ilenia Macera ha ideato un progetto che trasforma un libro in un ponte tra persone che non si conoscono. Lasciato sui treni e accompagnato da un QR code per seguirne il viaggio, il volume raccoglie pensieri, fragilità, desideri e segreti dei viaggiatori. Un’iniziativa nata per contrastare la solitudine e riscoprire il valore della scrittura a mano, capace di attirare l’attenzione anche oltre i confini nazionali.
Qual è stata la miccia? Come le è venuto in mente di creare un libro che potesse raccogliere fragilità, desideri e segreti dei viaggiatori?
La miccia è stata la solitudine. Mi sono resa conto che, nonostante viviamo in una società in cui siamo continuamente connessi e possiamo raggiungere chiunque in pochi secondi, molte persone si sentono comunque sole. E questa cosa mi ha fatto riflettere molto.
Io non volevo semplicemente raccontare la solitudine, ma cercare un modo per mettere le persone in relazione tra loro. Volevo creare uno spazio in cui una persona potesse lasciare qualcosa di sé e qualcun altro, magari completamente sconosciuto e dall’altra parte del mondo, potesse ritrovarsi in quelle parole.

Per questo ho pensato al treno. Mi ha sempre colpito il fatto che su un vagone possano viaggiare insieme persone che non hanno apparentemente nulla in comune: hanno età diverse, provengono da Paesi diversi, parlano lingue diverse, hanno storie e vite completamente differenti. Eppure condividono lo stesso spazio e lo stesso viaggio, anche se soltanto per poche fermate.
Mi sono chiesta cosa sarebbe successo se quelle persone avessero avuto la possibilità di lasciare qualcosa al viaggiatore successivo. Un pensiero, una fragilità, un desiderio, un ricordo, magari anche un segreto che non avevano mai raccontato a nessuno.
Da qui è nato il libro.
La cosa che mi interessava maggiormente era far capire che, nonostante tutte le differenze che vediamo tra le persone, ci sono emozioni che ci rendono profondamente uguali. Possiamo avere una lingua diversa, vivere in un altro Paese o avere una storia completamente diversa, ma tutti conosciamo la paura, la nostalgia, l’amore, la perdita, il desiderio di essere compresi e la necessità di sentirci meno soli.
E credo che proprio questo sia il punto più importante del progetto: far incontrare le persone attraverso ciò che hanno in comune, invece di continuare a guardarle soltanto attraverso ciò che le divide.
Non volevo creare semplicemente un libro che qualcuno leggesse e poi rimettesse su uno scaffale. Volevo che il libro continuasse a vivere attraverso le persone che lo incontrano, che raccogliesse un pezzo di ogni viaggio e che, passando da una mano all’altra, riuscisse a creare una conversazione tra sconosciuti.
In fondo, il mio desiderio era molto semplice: che qualcuno, leggendo le parole di un’altra persona, potesse riconoscersi e sentirsi un po’ meno solo.
2. Mi ha detto che è possibile seguire il libro con un QR code e che il progetto si è diffuso rapidamente, diventando fonte di discussione a livello internazionale. Si aspettava un successo così grande? Come si sente al riguardo?
No, assolutamente. Quando ho avuto l’idea di questo progetto non mi sono mai chiesta quanto sarebbe potuto diventare grande. Ero concentrata soprattutto sul significato che volevo dargli e sulla possibilità che potesse arrivare alle persone in maniera autentica. Non immaginavo che, in così poco tempo, avrebbe attirato l’attenzione anche al di fuori del contesto in cui era nato.
Il QR code è stato pensato proprio per permettere al libro di non rimanere un oggetto statico. Chi lo incontra può seguirne il percorso, sapere dove è stato, scoprire che altre persone lo hanno incontrato prima di lui e, soprattutto, capire che il viaggio continua anche quando il libro passa nelle mani di qualcun altro. Mi piaceva l’idea che il lettore non fosse semplicemente qualcuno che apre un libro, ma potesse diventare parte della sua storia.
Poi è successo qualcosa che non avevo previsto. Il progetto ha iniziato a circolare, sono arrivate persone interessate, articoli, messaggi e attenzioni provenienti da realtà e Paesi diversi. E ogni volta che succede qualcosa di nuovo mi sorprende, perché continuo a vedere il progetto con gli occhi di quando è nato: come un’idea molto semplice, nata dal desiderio di mettere le persone in relazione.
La parte che mi emoziona maggiormente è proprio questa. Quando un’idea nasce, appartiene completamente a chi l’ha avuta. Quando invece comincia a essere condivisa dagli altri, cambia natura. Inizia ad assumere significati che forse tu stessa non avevi immaginato e diventa qualcosa che può essere interpretato, vissuto e continuato da persone diverse.
Per me il fatto che il progetto abbia suscitato interesse a livello internazionale non significa soltanto che il libro sta viaggiando. Significa che il tema che lo ha fatto nascere è riconoscibile anche da persone che vivono lontanissime da me. La solitudine, il bisogno di essere ascoltati, il desiderio di lasciare una traccia e soprattutto la necessità di sentirsi parte di qualcosa non appartengono a una sola cultura o a un solo Paese.
Ed è questo che mi fa pensare che forse il libro abbia trovato la sua strada.
Io ho avuto l’idea iniziale, ho scritto il libro e ho deciso di metterlo in viaggio. Ma da quel momento in poi non posso sapere chi incontrerà, quali parole troverà sulle sue pagine o quale significato avrà per ogni persona che lo prenderà in mano.
E devo dire che questa cosa mi emoziona molto.
Perché quando crei qualcosa che parla di incontro, devi anche essere disposta a lasciarlo andare. Non puoi stabilire in anticipo tutte le persone che raggiungerà, né puoi decidere quale storia nascerà dopo la tua.
Per questo non vivo quello che sta accadendo semplicemente come un “successo”. Lo vivo soprattutto come una sorpresa e, in un certo senso, come una responsabilità. Se tante persone hanno deciso di fermarsi davanti a questo progetto, significa che forse quella domanda con cui è nato — come possiamo sentirci più vicini nonostante tutto ciò che ci divide? — è una domanda che riguarda molti più di noi di quanto immaginassi.
E oggi, più che chiedermi fin dove arriverà il libro, mi interessa vedere chi incontrerà lungo il percorso.
3. Ha qualche episodio che l’ha particolarmente emozionata sul suo progetto e sulle persone che hanno cominciato a seguire il libro da raccontarci?
Sì, e sono proprio le reazioni delle persone ad avermi emozionata più di quanto avrei immaginato. Quando ho iniziato questo progetto, pensavo soprattutto al viaggio del libro e alle persone che avrebbe potuto incontrare. Non avevo invece immaginato quanto sarebbe stato forte, per me, incontrare a mia volta le persone che avevano iniziato a conoscere la sua storia.
Mi è capitato di essere fermata, di ricevere complimenti, di sentirmi chiedere come fosse nata l’idea e che cosa ci fosse dietro questo libro. Alcune persone mi hanno raccontato di averne sentito parlare, altre mi hanno chiesto dove fosse arrivato e come fosse possibile seguirne il viaggio. Sono momenti che mi sorprendono sempre, perché ogni volta mi riportano a quando questo progetto era ancora soltanto un’idea che avevo dentro di me.
La cosa che mi emoziona è vedere la curiosità negli occhi delle persone. Non si limitano a chiedermi del libro: vogliono capire il motivo per cui ho scelto di farlo viaggiare, perché ho deciso di affidarlo agli sconosciuti e che cosa spero possa accadere durante il suo percorso. E quando qualcuno si ferma davanti a me per parlarne, capisco che non sta semplicemente osservando un progetto editoriale, ma sta entrando, almeno per qualche momento, nella domanda da cui tutto è cominciato: come possiamo sentirci più vicini gli uni agli altri?
Ci sono poi le persone che seguono il viaggio a distanza, attraverso il QR code, i social e gli articoli che hanno raccontato il progetto. Anche questo mi ha colpita molto, perché significa che il libro sta creando una comunità di persone che magari non si conoscono tra loro e che, tuttavia, stanno seguendo la stessa storia.
Ma forse la cosa che mi emoziona maggiormente è un’altra: io non so chi incontrerà il libro domani.
Quando l’ho fatto partire, sapevo da dove sarebbe partito, ma non potevo sapere quali mani lo avrebbero preso, quali occhi avrebbero letto le sue pagine e quali pensieri avrebbe fatto nascere. Questa imprevedibilità è diventata una parte fondamentale del progetto.
E c’è qualcosa di profondamente bello nel sapere che, mentre io continuo la mia vita, da qualche parte il libro continua la sua. Incontra persone che non conosco, entra in luoghi in cui magari non sono mai stata e diventa, per qualcuno, l’occasione per fermarsi qualche minuto e riflettere.
Per questo non riesco a scegliere un unico episodio. Sono soprattutto quei piccoli incontri, quelle persone che mi fermano, quelle domande inaspettate e quei complimenti ricevuti lungo il percorso a rimanermi dentro.
Perché ogni volta penso alla ragazza che un giorno ha avuto questa idea e che non sapeva ancora se qualcuno avrebbe mai capito cosa voleva fare.
Oggi, quando qualcuno mi ferma e mi parla del libro, quella ragazza la sento ancora dentro di me.
E forse è proprio questo che mi emoziona di più: vedere che un’idea nata nella solitudine è riuscita, passo dopo passo, a diventare un’occasione per mettere in relazione delle persone.
4. Qual è l’obiettivo più importante che voleva raggiungere e ha raggiunto con questo progetto?
L’obiettivo più importante era riuscire a mettere in comunicazione persone che, nella vita reale, probabilmente non avrebbero mai avuto l’occasione di incontrarsi. Volevo creare un progetto che partisse dalla solitudine, ma che non si fermasse a raccontarla: volevo trasformarla in un’occasione di incontro, di ascolto e di riconoscimento.
Credo che oggi siamo abituati a parlare molto di connessione, perché abbiamo strumenti che ci permettono di raggiungere chiunque in qualsiasi momento. Ma essere connessi non significa necessariamente sentirsi vicini. Possiamo avere centinaia di contatti e, allo stesso tempo, non trovare una sola persona a cui raccontare veramente ciò che abbiamo dentro.
Con questo libro volevo provare a creare uno spazio diverso. Uno spazio nel quale non fosse necessario presentarsi, spiegare chi siamo o dimostrare qualcosa. Bastava essere una persona e avere qualcosa da condividere.
E credo che la cosa più importante che il progetto mi abbia permesso di raggiungere sia proprio questa: far vedere che, quando mettiamo da parte tutto ciò che ci distingue, ci sono esperienze e sentimenti che appartengono a tutti.
Una persona può vivere in Italia, un’altra in Germania, un’altra ancora in un Paese dall’altra parte del mondo. Possono non parlare la stessa lingua, avere culture diverse, lavori diversi, età diverse e storie completamente differenti. Ma possono avere la stessa paura, sentire la stessa nostalgia, aver perso qualcuno che amavano, desiderare di ricominciare o semplicemente avere bisogno di sentirsi ascoltate.
Ed è lì che le distanze iniziano a ridursi.
Per me, quindi, il risultato più importante non è soltanto che il libro abbia viaggiato o che sempre più persone abbiano iniziato a conoscerlo. È sapere che qualcuno, attraverso questo progetto, può aver guardato una persona sconosciuta con occhi diversi. Può aver letto le sue parole e aver pensato: “Non sono così diverso da lui” oppure “Quello che sta vivendo lo capisco, perché l’ho vissuto anch’io”.
Se sono riuscita a creare anche solo alcuni di questi momenti, allora sento di aver raggiunto una parte fondamentale dell’obiettivo con cui ero partita.
Perché in fondo non volevo costruire semplicemente un progetto intorno a un libro. Volevo costruire un ponte.
Un ponte tra persone che non si conoscono, tra luoghi diversi, tra esperienze diverse e, soprattutto, tra ciò che spesso teniamo nascosto e la possibilità di condividerlo con qualcun altro.
E la cosa che mi rende più felice è che oggi non sono più soltanto io a cercare di costruire quel ponte. Sono le persone che incontrano il libro, che lo seguono e che decidono di partecipare a continuare a farlo.
Forse è questo il segnale più bello che potessi ricevere: un progetto nato dal desiderio di avvicinare le persone ha iniziato realmente a farle incontrare.
5. Trovo che scrivere a mano i propri pensieri su un libro e lasciarlo su un vagone di un treno sia di per sé un gesto rivoluzionario, come anche quello di chi decide di raccogliere la sfida invece che isolarsi sulla rete. Pensa che il suo libro possa essere in grado di ristabilire un dialogo vero tra le persone, di qualsiasi regione del mondo esse siano?
Credo che oggi ci sia qualcosa di profondamente importante nel tornare a scrivere. Per molto tempo scrivere è stato uno dei modi più naturali che avevamo per entrare in relazione con gli altri. Penso alle lettere che le persone si scrivevano un tempo: si aspettava giorni, a volte settimane, per ricevere una risposta. Si sceglievano le parole con attenzione, si scriveva a mano, si raccontavano le proprie giornate, le proprie paure, le persone che si amavano, i progetti, la nostalgia. E poi quella lettera veniva piegata, messa in una busta e affidata a qualcuno, con la fiducia che sarebbe arrivata nelle mani della persona per cui era stata scritta.
Abbiamo perso molto di quella dimensione.
Oggi possiamo mandare un messaggio in pochi secondi e ricevere immediatamente una risposta. Possiamo comunicare continuamente, ma spesso senza lasciare davvero il tempo alle parole di sedimentare. Scriviamo molto, ma forse ci raccontiamo sempre meno.
Ed era anche questo che volevo recuperare con il libro.
Volevo riportare le persone alla carta, alla penna, alla propria calligrafia. Volevo che tornassero a scrivere qualcosa non perché devono farlo, ma perché hanno qualcosa che sentono il bisogno di lasciare a qualcun altro.
La cosa che trovo più bella è che chi scrive nel libro non sa chi leggerà quelle parole. È un po’ come spedire una lettera senza conoscere il destinatario. C’è una forma di fiducia molto forte in questo gesto: io lascio qualcosa di me nelle mani di uno sconosciuto e accetto di non sapere che cosa ne farà.
E dall’altra parte c’è qualcuno che decide di raccogliere quella lettera ideale, di leggerla e magari di rispondere.
Per questo non considero il libro semplicemente un libro che viaggia. Lo considero quasi una forma contemporanea di corrispondenza. Una corrispondenza senza un indirizzo preciso, perché il destinatario può essere chiunque.
E forse è proprio questo che mi affascina: un tempo scrivevamo lettere a una persona precisa; oggi questo libro permette di scrivere a qualcuno che ancora non conosciamo.
Mi piacerebbe che il progetto riportasse nella nostra vita anche alcune di quelle cose belle che abbiamo perso: il tempo necessario per scegliere una parola, l’emozione di riconoscere una calligrafia, la curiosità di sapere chi leggerà quello che abbiamo scritto, l’attesa e persino il piacere di non avere una risposta immediata.
Perché forse non tutto ciò che abbiamo guadagnato con la velocità dobbiamo conservarlo per forza. A volte abbiamo bisogno anche di recuperare ciò che abbiamo lasciato indietro.
E penso che la scrittura sia una di queste cose.
Non vorrei che questo progetto fosse interpretato come un rifiuto della tecnologia. La tecnologia ci offre possibilità straordinarie e anche il QR code permette al libro di essere seguito e di mettere in contatto persone lontane. Ma credo che possiamo utilizzare la tecnologia senza rinunciare a ciò che ci rende umani.
Una pagina scritta a mano ha qualcosa che un messaggio sullo schermo non può avere: porta con sé la presenza di chi l’ha scritta.
E forse è proprio questo che vorrei recuperare: non soltanto la scrittura, ma il valore del gesto di scrivere per qualcuno.
Se poi quella persona è uno sconosciuto, il gesto diventa ancora più significativo.
Perché significa avere ancora fiducia nell’altro.
E allora sì, mi piacerebbe pensare che questo libro possa contribuire, anche in piccolissima parte, a ristabilire un dialogo tra le persone. Non perché abbia la pretesa di cambiare il mondo, ma perché può ricordarci qualcosa che forse abbiamo dimenticato: prima di essere utenti, profili, follower o persone divise da uno schermo, siamo esseri umani che hanno bisogno di raccontarsi e di essere ascoltati.
Forse il libro vuole semplicemente riportarci lì, a quel gesto antico e bellissimo che abbiamo quasi smesso di fare: scrivere qualcosa a qualcuno e avere la fiducia che, prima o poi, quelle parole troveranno la persona giusta.
6. Ha qualche nuovo progetto nel cassetto?
Sì. In realtà c’è un progetto a cui tengo particolarmente e che, per me, ha un significato diverso dagli altri. È qualcosa che porto dentro da moltissimi anni, praticamente da quando ero bambina.
È uno di quei sogni che crescono insieme a te. Quando sei piccolo lo immagini in un certo modo, quasi senza sapere davvero che cosa significhi realizzarlo. Poi cresci, la vita prende altre direzioni, arrivano difficoltà, responsabilità ed esperienze che non avevi previsto e, per un periodo, puoi persino convincerti che quel sogno non sia più così importante.
Poi, però, succede qualcosa: ti accorgi che non è mai scomparso. È rimasto lì.
Ed è quello che è successo a me. Oggi sento di essere arrivata a un momento della mia vita in cui posso finalmente guardare quel sogno con occhi diversi e chiedermi se sia arrivato il momento di provare davvero a realizzarlo.
Non voglio ancora raccontare di cosa si tratta, perché è un progetto molto personale e preferisco parlarne quando sarà pronto per essere raccontato. Posso solo dire che è legato alla scrittura e che rappresenta qualcosa che desideravo fare da molto prima di sapere che sarei diventata la persona che sono oggi.
Forse è proprio questo che mi emoziona maggiormente: pensare che la persona che sono oggi possa finalmente dare una possibilità a quella bambina che, tanti anni fa, aveva già immaginato tutto questo.
Per me sarebbe qualcosa di più di un nuovo progetto editoriale. Sarebbe una sorta di incontro tra due versioni di me stessa: quella bambina che aveva un sogno e la donna che, dopo aver attraversato tante esperienze, oggi ha finalmente gli strumenti per provare a realizzarlo.
E credo che alcuni sogni abbiano bisogno proprio di questo: non di essere dimenticati quando diventiamo adulti, ma di essere custoditi abbastanza a lungo da poterli realizzare quando finalmente siamo pronti.
Perciò, per ora, preferisco lasciare un piccolo mistero.
Posso soltanto dire che è un sogno che mi accompagna da bambina e che oggi sento più vicino che mai.










