Ci sono conti che arrivano quando nessuno li aspetta più. Restano chiusi in un cassetto per anni, mentre il tempo passa e sembra cancellare le tracce. Poi, improvvisamente, quel cassetto si apre e dentro non ci sono soltanto carte, ma una storia, una malattia, una morte e una domanda che chiede ancora una risposta.
È la storia di Luigi Ricci, ex sergente della Marina Militare, morto a 78 anni il 20 dicembre 2021 dopo una lunga malattia. È anche la storia di sua figlia Benedetta, che ha deciso di non lasciare quella vicenda nel silenzio.
Il Tribunale di Roma, con la sentenza n. 1202/2026, ha riconosciuto il collegamento causale tra l’esposizione all’amianto durante il servizio nella Marina Militare e il mesotelioma maligno epitelioide che aveva colpito Ricci. Il giudice ha inoltre riconosciuto la responsabilità del Ministero della Difesa per la mancata adozione delle necessarie misure di protezione, liquidando a favore della figlia ed erede circa 410 mila euro, oltre interessi e rivalutazione.
Ma dietro quella cifra c’è una storia che nessun assegno può chiudere.
Luigi Ricci aveva prestato servizio nella Marina dal settembre 1960 al dicembre 1966 come meccanico elettricista, prima a La Maddalena e poi a bordo di Nave San Marco, Nave Artigliere, Nave Intrepido e Nave Montecuccoli. Durante le attività di manutenzione avrebbe avuto contatto con polveri e fibre di amianto. Decenni dopo, il 12 agosto 2019, arrivò la diagnosi di mesotelioma. Due anni di malattia, fino alla morte.
Il riconoscimento della dipendenza da causa di servizio era già arrivato nel 2022, prima dal Comitato di Verifica per le Cause di Servizio e poi dal Ministero della Difesa. La sentenza romana ha aggiunto un altro tassello a una vicenda che sembra una strada percorsa a ritroso: dal dolore alla diagnosi, dalla diagnosi all’esposizione, dall’esposizione alle responsabilità.
E proprio su quella strada Benedetta ha scelto di andare avanti.
Il Tribunale ha riconosciuto 280 mila euro per i danni subiti direttamente dal padre durante la malattia e trasmessi alla figlia come erede. Per la perdita del padre aveva quantificato il danno di Benedetta in 259.857 euro, riducendolo però a 129.928 euro per la mancata prova della convivenza.
È qui che la vicenda giudiziaria diventa una questione profondamente personale. Il Ministero della Difesa, a fine luglio, ha appellato la sentenza sulla parte risarcitoria chiedendo una riduzione delle somme. Benedetta ha deciso a sua volta di impugnare il dimezzamento, chiedendo il pieno riconoscimento del danno per la perdita del padre.
“Per me non è mai stata una questione di cifre”, ha spiegato. Voleva che fosse riconosciuto ciò che era accaduto a suo padre, un uomo che “ha servito lo Stato con onore, dedizione e amore”.
Le sue parole trasformano una sentenza in qualcosa che va oltre le aule di tribunale. Perché una sentenza può mettere un punto su una pagina, ma non può cancellare gli anni della malattia né il vuoto lasciato da un padre.
L’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto e legale di Benedetta Ricci, sottolinea che la pronuncia riconosce come l’esposizione all’amianto durante il servizio nella Marina sia stata causalmente collegata al mesotelioma. E annuncia che la tutela di Benedetta proseguirà anche nel giudizio di appello.
Ora la battaglia continua. Non soltanto per una somma, ma per completare quel percorso che Benedetta ha scelto di intraprendere per suo padre. Una strada ancora aperta, con una figlia da una parte e una storia che chiede di non essere dimenticata dall’altra.















