Sei anni. Ma quanto vale la vita di Mattia e Giulio?

Fabio Fanelli
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Sei anni.

Continuo a leggere questo numero e continuo a chiedermi se sia davvero possibile mettere dentro sei anni tutto quello che è stato tolto a Mattia e Giulio.

Due ragazzi di 16 anni. Due vite appena cominciate. Due famiglie che quella notte hanno perso per sempre una parte di sé.

E allora sì, oggi faccio fatica a parlare soltanto da direttore. Faccio fatica a usare soltanto le parole della cronaca, quelle fredde, necessarie, precise.

Perché Mattia, in un modo che ancora oggi faccio fatica a spiegare, è entrato nella mia vita dopo essere andato via.

Non l’ho conosciuto quando era qui. L’ho conosciuto attraverso ciò che ha lasciato, attraverso le persone che gli hanno voluto bene, attraverso una storia che, con il tempo, è diventata anche una parte della mia.

Ci sono persone che arrivano nella nostra vita senza aver mai avuto la possibilità di stringerci la mano. Eppure riescono a lasciarci qualcosa. Mattia è una di quelle persone. Per questo oggi non riesco a considerarlo soltanto un nome dentro una sentenza.

E a quel ragazzo voglio un bene enorme. Forse è proprio questo il motivo per cui oggi quei sei anni fanno così male. Perché davanti a un numero continui a vedere un ragazzo. E insieme a lui vedi Giulio. Due sedicenni che avevano davanti tutto.

Gli anni della scuola, gli amici, gli amori, i progetti, gli errori, le occasioni, le strade ancora da percorrere.

Avrebbero dovuto avere il tempo di diventare grandi. Avrebbero dovuto poter sbagliare. Avrebbero dovuto poter cambiare idea cento volte. Avrebbero dovuto semplicemente vivere.

Mattia avrebbe potuto vivere.

Giulio avrebbe potuto vivere.

E invece oggi contiamo gli anni di una condanna mentre le loro famiglie devono contare gli anni senza di loro.

Questa è la parte che nessuna sentenza riuscirà mai a spiegare. Perché una pena ha un inizio e una fine. Il dolore di una madre no. Il dolore di un padre no. Il vuoto lasciato da un figlio non ha una data di scadenza.

È entrare ogni giorno in una casa nella quale manca qualcuno e sapere che quella porta non si aprirà mai più. È guardare una fotografia e pensare a tutto quello che avrebbe dovuto esserci dopo. È conservare una voce nella memoria perché quella voce non la sentirai più.

Questa è la condanna delle famiglie.

E allora sì, permettetemi di dirlo: io questa sentenza la sento come un’ingiustizia. Non perché voglia sostituirmi ai giudici. Non perché pretenda di conoscere il peso delle leggi.

Ma perché davanti a due ragazzi di 16 anni morti, davanti a due vite spezzate, davanti a due famiglie condannate a un dolore che durerà per sempre, sei anni sembrano terribilmente pochi per raccontare l’enormità di ciò che è accaduto.

La giustizia dovrebbe essere una bilancia. Ma davanti alla morte di Mattia e Giulio quella bilancia sembra troppo piccola. Perché dall’altra parte non c’è un numero. Dall’altra parte ci sono due vite. E una vita non può essere pesata. Non può essere restituita. Non può essere sostituita. Non può essere risarcita.

E soprattutto non può essere riportata indietro. Forse è questa la cosa più crudele.

Che possiamo scrivere cento articoli, pronunciare mille parole, aspettare una sentenza, leggere una condanna.

Ma Mattia non tornerà. Giulio non tornerà.

E nessuna aula di tribunale potrà mai cambiare questa verità. Per questo oggi non voglio che Mattia e Giulio siano ricordati soltanto per il modo in cui sono morti. Voglio che siano ricordati per come hanno vissuto. Per i loro sorrisi. Per le persone che li hanno amati. Per le famiglie. Per gli amici. Per tutti quei momenti che oggi valgono infinitamente più di qualsiasi sentenza.

E voglio che il loro nome resti anche come una domanda rivolta a tutti noi.

Quanto vale una vita?

Quanto vale un bicchiere di troppo prima di mettersi al volante? Quanto vale una scelta che dura pochi secondi e che può distruggere per sempre la vita di qualcun altro? Quanto vale un ragazzo di 16 anni? Quanto vale il suo futuro? Quanto vale il dolore di una madre che dovrà imparare a vivere con un posto vuoto?

Io una risposta non ce l’ho. So soltanto una cosa. Mattia valeva molto più di sei anni. E Giulio valeva molto più di sei anni. Non perché una sentenza debba avere il potere di restituirli. Ma perché nessun numero potrà mai contenere il valore di una vita.

E forse c’è qualcosa che possiamo ancora fare. Possiamo non dimenticarli. Possiamo continuare a pronunciare i loro nomi. Possiamo trasformare il dolore in memoria e la memoria in responsabilità. Possiamo fare in modo che, quando qualcuno pensa di poter guidare dopo aver bevuto, si ricordi che dall’altra parte della strada potrebbe esserci una vita intera.

Una vita che non tornerà più. Mattia e Giulio avrebbero dovuto avere davanti il mondo.

Invece oggi siamo noi ad avere davanti la responsabilità di non permettere che il loro mondo finisca con una sentenza.

E io, ogni volta che penso a Mattia, sento che alcune persone possono arrivare nella nostra vita anche quando non abbiamo avuto il tempo di conoscerle davvero.

Forse non serve spiegare come. Serve soltanto custodire quello che hanno lasciato. E allora, mentre oggi una sentenza prova a mettere un punto a questa storia, per chi li ama quella storia continuerà per sempre.

Nei ricordi. Nelle fotografie. Nelle lacrime. Nel silenzio. Nei nomi pronunciati a bassa voce.

Mattia. Giulio.

Due ragazzi. Due famiglie. Due vite. E una domanda che continuerà a far male: se la giustizia non può restituire una vita, almeno abbia il coraggio di ricordarci quanto quella vita valeva.

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