Ciociaria, terra di santi e di briganti

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È sempre emozionante parlare della nostra Ciociaria, terra ricca di storia e custode di bellezze incomparabili, ma che generosamente condivide con chiunque desideri visitarla. In questo territorio la storia non è semplicemente passata, ma è stata protagonista assoluta, contribuendo in maniera determinante alla formazione del nostro Paese.

Facevo queste riflessioni in occasione di una recente visita all’Abbazia di Casamari, uno dei più alti esempi di architettura cistercense in Italia.  Non tutti sanno che in questo luogo, a metà strada tra Frosinone e Sora, inizialmente esistesse un importante villaggio romano “Cereatae” dove le cronache vogliono sia nato nel 157 a.C. il console Caio Mario, da cui trae l’attuale nome di Casamari.

Il primo nucleo di questo complesso abbaziale risale all’undicesimo secolo per opera di locali monaci benedettini, che dopo circa un secolo lo lasciarono alle cure dei monaci cistercensi. Questi ultimi, fedeli alla regola di San Bernardo abate dell’ordine Cistercense, e quindi propugnatori del ritorno all’osservanza integrale della Regola Benedettina, decisero di abbandonare l’edificio esistente, non ritenendolo adatto alle loro esigenze e, all’inizio del tredicesimo secolo, iniziarono la costruzione di quello attuale.

La tradizione vuole che lo stesso S. Bernardo abbia visitato Casamari per ben due volte. Quando il visitatore arriva davanti all’ingresso dell’abbazia viene accolto dall’ampio arco sormontato da una loggia ornata da grandi finestroni a bifore. Vale la pena di ricordare che proprio da questa loggia Pio IX, nel 1863, si affacciò per benedire la popolazione accorsa ad acclamarlo.  Entrando nel complesso, dopo aver attraversato il portale ad arco romanico, ci si perde nella maestosità e allo stesso tempo semplicità e pace di questo luogo. La facciata della chiesa colpisce l’attenzione dei visitatori per la purezza della linea architettonica.

Il suo interno è a tre navate con abside rettangolare e transetto con sei cappelle, nella sua parte centrale si può ammirare il grande ciborio barocco donato da Clemente XI nel 1711. La prima pietra dell’attuale abbazia fu benedetta da Innocenzo III nel 1203, la consacrazione della stessa avvenne nel 1217 per mano di Onorio III. Dopo aver goduto di splendido luogo di preghiera e meditazione, decido di fare una deviazione per visitare un altro mirabile gioiello di questo generoso territorio, la vicina Certosa di Trisulti. Questo complesso monastico, dopo un primo insediamento benedettino, a partire dal 1204 fu affidato alle cure dei monaci certosini da Innocenzo III.

La Certosa, immersa nei boschi dei monti Ernici a 825 metri di altitudine, è stata più volte rimaneggiata nel corso del tempo fino ad arrivare a noi nell’attuale forma barocca. Tra le tante bellezze ivi contenute, consiglio di visitare la chiesa di San Bartolomeo, protettore dei certosini e, inoltre, l’antica farmacia del XVIII secolo dove i monaci preparavano i loro rimedi con le erbe del territorio. Ammirando il panorama circostante con boschi a perdita d’occhio, inevitabilmente penso che queste montagne siano state anche testimoni delle gesta compiute dai briganti nel corso del XIX secolo. Indubbiamente tale fenomeno fu agevolato dalla particolare posizione geografica della bassa Ciociaria, terra di confine tra lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie.

Questa circostanza ha consentito, nel periodo post-unitario, ai briganti sostenitori dei Borboni e del ritorno sul trono di Francesco II, di compiere azioni nello Stato appena conquistato dai piemontesi e di riparare immediatamente nei domini della Chiesa. Quando si parla di brigantaggio in Ciociaria la memoria, inevitabilmente, corre subito ad uno dei più famosi briganti dell’epoca, il sorano Luigi Alonzi detto Chiavone, un capo brigante filoborbonico che tra il 1860 e il 1862 operò contro le truppe del regio esercito proprio in questo territorio, tenendole in scacco per molto tempo. Le considerazioni sul fenomeno del brigantaggio sono ribelli a tentativi di sintesi e credo sia giusto lasciarle a ben altri autorevoli studiosi. Pur tuttavia, credo che siano tutti concordi nel considerarlo un fenomeno complesso, con profonde radici sociali, politiche ed economiche, che senz’altro appartiene di diritto alla storia.

Lo stesso Chiavone con il suo operato, in qualche modo, ha contribuito a scriverla, andando anche oltre! Basti pensare che le circostanze della sua morte, avvenuta nell’estate del 1862 per mano dei suoi ex alleati in prossimità di Trisulti, non sono mai state del tutto chiarite, consegnandolo così anche alla leggenda.

Oggi esistono associazioni culturali che con le loro meritorie iniziative valorizzano e divulgano la figura di questo nostro conterraneo. Quando riparto da Trisulti mi sembra di avvertire ancora la presenza di questi personaggi, ma visto l’orario vengo preso da un altro pensiero, meno spirituale, ma altrettanto piacevole, quello di individuare uno dei numerosi ristoranti in zona dove poter degustare, in tutta tranquillità, i sapori autentici di cui questa nostra generosa terra ciociara abbonda.

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