«Oggi si cambia registro».
Con queste parole Giorgia Meloni ha risposto, con un lungo post sui social, a un consigliere comunale del Pd di Pontedera, Floriano Della Bella, che nella seduta del 30 settembre l’aveva definita “ciociara”, precisando di usare il termine nella sua accezione più dispregiativa.
La premier ha ricordato gli epiteti ricevuti in questi anni su fisico, famiglia e origini. Poi ha spostato l’attenzione su quella frase pronunciata dal consigliere comunale Della Bella e sul richiamo da parte del presidente dell’Aula, altro esponente del Pd, che aggiunge: ‘Per favore, usi termini consoni al suo ruolo'”, la toppa è stata peggio del buco.
Per questi esponenti essere ciociari sarebbe una vergogna, tanto da rendere la parola impronunciabile in sede istituzionale. La Premier non la pensa così, si dice orgogliosa di essere definita ciociara e chiude con un «Viva la Ciociaria».
La stampa riporta che l’offesa toccherebbe mezzo milione di italiani.
Si può sorvolare sull’ennesimo scontro tra schieramenti.
Ma resta la domanda: perché essere ciociari dovrebbe essere un’offesa?
La risposta sta in un pregiudizio antico, duro a morire, che considera le aree interne, le province e le comunità legate alle proprie tradizioni come realtà minori rispetto ai grandi centri urbani.
Un pregiudizio che per decenni ha dipinto la Ciociaria attraverso stereotipi caricaturali, ignorandone il patrimonio storico, culturale e umano.
Eppure è una delle culle più significative della storia italiana. Ha dato i natali a Cicerone, a San Tommaso d’Aquino, a Bonifacio VIII. È terra di arte, spiritualità, cultura e lavoro, e ha contribuito alla costruzione dell’identità nazionale molto più di quanto si riconosca.
E se qualcuno pensa ancora che “ciociara” sia una parola da pronunciare con disprezzo, basterebbe ricordare anche quanto questa parola abbia saputo diventare grande nella cultura italiana. La ciociara, il film di Vittorio De Sica tratto dal romanzo di Alberto Moravia, ha consegnato al mondo la figura di Cesira, interpretata da una straordinaria Sophia Loren. Un’interpretazione che le valse l’Oscar e che trasformò quella donna ciociara, con la sua forza, il suo coraggio e la sua dignità, in un’icona del cinema mondiale.
Insomma, se “ciociara” deve essere un’offesa, bisognerebbe spiegare perché una parola tanto disprezzata sia stata anche il titolo di un’opera cinematografica che ha portato la nostra terra e la nostra storia davanti agli occhi del mondo.
Il punto, quindi, non
è se si condividano le posizioni politiche di Meloni. In democrazia le critiche, anche severe, sono legittime. Il punto è che quando l’attacco politico scivola nel disprezzo delle origini territoriali, si colpiscono indirettamente centinaia di migliaia di cittadini che con quella terra si identificano.
Le parole hanno un peso, soprattutto nelle istituzioni. Se essere ciociaro diventa motivo di scherno, il problema non riguarda chi riceve l’insulto, ma chi lo pronuncia, perché tradisce una concezione gerarchica dei territori e delle persone, incompatibile con i principi di uguaglianza e rispetto che dovrebbero animare il dibattito pubblico.
Questa vicenda può diventare un’occasione utile per ricordare che le identità locali non sono un limite ma una ricchezza, e che l’orgoglio di appartenere a una comunità non dovrebbe mai essere deriso, da qualunque parte politica venga rivendicato.










